Weapons – Un horror “Kinghiano” sulla paranoia statunitense

weapons horror zach cregger

Voto:

Che l’horror sia il genere più in voga nel cinema hollywodiano degli ultimi anni non c’è dubbio. Che post-Blumhouse e soprattutto A24 si stia saturando di un’estetica e tematiche sempre simili, è ancora più una certezza. Barbarian, primo film da regista dell’ex comico Zach Cregger, era costruito proprio seguendo in maniera quasi pedissequa il modello dell’horror contemporaneo, il che non lo faceva spiccare particolarmente tra i vari film del genere. Il suo unico tratto distintivo era una struttura frammentata, piena di punti di vista che sovvertivano la narrazione e la tensione, ma che alla fine risultavano solamente un espediente per darsi un tono, senza trovare alcun riscontro nella sostanza dell’opera. Anzi, faceva quasi arrabbiare la pretenziosità formale data a quel tipo di narrazione, come se servisse a nasconderne la vuotezza.

Barbarian in ogni caso riscuote un notevole successo, e così il nuovo copione del regista statunitense, Weapons, diventa particolarmente ambito tra le case di produzione di Hollywood, tanto che persino la Monkeypaw di Jordan Peele (anche lui comico convertito a regista horror) prova ad accaparrarsene i diritti, poi andati alla New Line. Dopo tre anni dall’esordio, dunque, Cregger porta il suo Weapons nelle sale riscuotendo nuovamente un grande successo al botteghino, sebbene anche questa volta il pubblico si trovi nettamente diviso.

weapons film filmato telecamera

A differenza dell’opera precedente, l’incipit di Weapons è molto più collegato a un tipo di narrativa post-Kinghiana, e il trauma che viene esplorato non è individuale, bensì sociale: è la ferita lasciata aperta nella piccola cittadina di Maybrook, in Pennsylvania, quando una notte tutti i bambini (tranne uno) della classe di terza elementare della maestra Gandy (Julia Garner) spariscono nel nulla, tutti alle 2:17. L’orario diviene noto perché riportato nei filmati delle telecamere di sicurezza o dei videocitofoni, che mostrano i bambini fuggire in una strana posa e svanire nel buio. Chiaramente l’evento è anche una valvola di sfogo per tutte le tensioni che si possono creare in una piccola comunità, che trova come capro espiatorio la maestra Gandy, etichettata subito come strega e quasi perseguitata per tutto il periodo delle indagini.

Anche in questo secondo lungometraggio Zach Cregger opta per una narrazione non lineare, ma questa volta (ispirandosi dichiaratamente a Magnolia di Paul Thomas Anderson) il risultato è più coerente e convincente rispetto a Barbarian, e l’alternanza dei vari punti di vista, scanditi dai titoli, aiutano alla costruzione della tensione e del mistero. Oltre a quello della maestra Gandy abbiamo quello di Archer (Josh Brolin), il padre di uno dei ragazzi scomparsi, del preside della scuola Marcus (Benedict Wong), dell’agente di polizia Morgan (Alden Ehrenreich), del ragazzo tossicodipendente James (Austin Abrams), e infine anche quello dell’unico ragazzo non scomparso, Alex Lilly (Cary Christopher).

weapons film maestra gandy julia garner

Se il film per quasi tutta la sua durata si regge bene nella costruzione dei punti di vista, cala inevitabilmente alla fine quando arriva il turno del ragazzo superstite, Alex, e si vanno a sciogliere quasi tutti i nodi narrativi. Il personaggio della prozia Gladys (Amy Madigan), che prima è solamente uno spauracchio (neanche formalmente introdotto), diviene il motore centrale di tutta l’ultima parte della pellicola, con una svolta fantasy che potrebbe far storcere il naso a molti. Tralasciando il cambio di genere e di registro, che potrebbe anche starci, ciò che veramente non funziona dell’ultima parte è la rottura dei punti di vista in quanto tali, senza un vero motivo che non sia il fornire spiegazioni allo spettatore; una sequela di spiegoni che uccidono anche la presenza scenica del villain, una specie di “IT”, che invece avrebbe giovato di un mistero da creatura lovecraftiana.

La messa in scena di Cregger, per il resto, mantiene la stessa ricercatezza di Barbarian, riuscendo però in questo caso ad essere molto più aderente alla narrazione e meno al suo ego. Rimangono ancora alcuni jumpscare totalmente gratuiti che ci saremmo potuti tranquillamente risparmiare, ma sono probabilmente il prezzo da pagare se si vuole fare un qualsiasi horror per il grande pubblico di questi tempi. A colpire tuttavia sono le dinamiche della piccola comunità, messe in scena alla perfezione dal regista che si ispira chiaramente non solo alle opere del “RE”, ma anche a classici come Twin Peaks, calando il tutto nell’epoca della videosorveglianza, dei social e del true crime.

weapons film josh brolin

Weapons assomiglia molto a uno di quei casi irrisolti che diventerebbero virali su internet, un leggenda metropolitana, qualcosa al limite del surreale ma comunque inquietantemente realistico. Le tensioni che si accendono tra i membri della comunità dopo la scomparsa dei bambini sono solo il sintomo di una paranoia americana che martella costantemente i cittadini, ma che non trova mai sfogo. L’essere sempre sorvegliati da videocamere, citofoni, smartphone e altri apparecchi elettronici dà sicuramente l’idea di avere sempre il controllo sul mondo, di poter osservare quello che succede; d’altro canto, avere sempre un occhio puntato in quel modo verso l’esterno porta anche a un’ossessiva consultazione di quegli strumenti, aspettandosi da un momento all’altro un pericolo o un problema. Una cultura della paranoia che il governo degli Stati Uniti ha portato avanti coscientemente soprattutto dopo l’11/9, e che ha giustificato l’utilizzo di armi verso qualsiasi “potenziale” nemico, interno o esterno.

È proprio questa trasformazione dei bambini in armi, in “missili teleguidati verso un obiettivo” come dice il personaggio interpretato da Josh Brolin, a essere centrale nel testo di Weapons, seppur mai veramente esplicitata. Soprattutto per il cortocircuito che si crea in una cultura puritana come quella degli USA, che bandisce gli Ovetti Kinder e censura i testi giudicati problematici, per proteggere proprio quei bambini che poi trovano fucili d’assalto al supermercato come nulla fosse. Ed è un peccato che il villain finale rimanga semplicemente “cattivo perché sì” in tutta quella mole di spiegoni che ci raccontano solo cose apparentemente superflue, senza approfondire il sottotesto sociale e politico che il film aveva fino a quel momento se non in un generico “vecchie generazioni che vivono a discapito delle nuove”.

weapons film horror personaggio

Weapons non tradisce le promesse iniziali, ma ne spreca un bel po’ verso una soluzione che è sì destabilizzante, ma ben poco altro. Sicuramente la virata verso il grottesco quasi ridicolo è voluta e funziona anche discretamente bene, ma in questo ritroviamo forse la voglia di Cregger più di sorprendere che in qualche modo di raccontare qualcosa di compiuto.

Nonostante questo, il film funziona ed è una visione interessante sia per chi desidera il puro intrattenimento, sia per chi vuole andare anche oltre, senza però aspettarsi qualcosa di particolarmente originale o imperdibile. L’unica cosa veramente “nuova” per il cinema di questo periodo è l’allontanamento dal trauma, dalle dinamiche familiari freudiane, che per una volta vengono messe da parte per far spazio a qualcosa di più ancestrale e conturbante. Cosa che sarebbe senz’altro un buon punto di partenza per il futuro del genere, ormai saturo dell’opposto.

Lorexio Articoli
Professare l'eclettismo in un mondo così selettivo risulta particolarmente difficile, ma tentar non nuoce. Qualsiasi medium "nerd" è passato tra le sue mani, e pur avendo delle preferenze, cerca di analizzare tutto quello che gli capita attorno. Non è detto che sia sempre così accurato però.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le Norme sulla Privacy e i Termini di Servizio di Google.