
Caught Stealing (in italiano Una scomoda circostanza) è l’ultimo film di Darren Aronofsky, regista poliedrico conosciuto soprattutto per la capacità di instillare angoscia e inquietudine esistenziale in ogni suo film a prescindere dal genere – dai cult psicologici Requiem for a dream (2000) e Il cigno nero (2010), passando per il dramma sportivo The Wrestler (2008) e giungendo infine al più recente e intimo The Whale (2022). Il comune denominatore della maggior parte delle sue opere sembra consistere nella presenza di un protagonista tormentato dai suoi stessi sogni di gloria e dalle sue stesse speranze per un futuro migliore, e Caught Stealing non è da meno.
C’è però una nota di originalità e di sorpresa in quest’ultima opera, visibile fin dal trailer: la colonna sonora post-punk cantata dagli Idles fa da sottofondo a quelle che sembrano (e sono) delle rocambolesche e violente avventure di cui è sfortunatamente vittima il personaggio di Austin Butler, in un montaggio che ricorda più la presentazione di una commedia pulp che uno dei drammi esistenziali a cui ci ha abituato Aronofsky. Si tratta, effettivamente, del primo film del regista che riesce a combinare eventi tragici e momenti genuinamente divertenti senza perdere di vista il focus sull’esperienza drammatica del protagonista.
Siamo negli anni ’90, a New York, e Hank (Austin Butler) è un giovane barista di Manhattan con il viso da bravo ragazzo e la passione per i Giants; la sua vita scorre placida fra turni notturni, chiamate con la madre e una frequentazione spensierata ma sincera con il paramedico Yvonne (Zoë Kravitz). Una sera, avviene il primo degli sfortunati eventi che segneranno la sua vita nei giorni successivi: il suo vicino di casa Russ (Matt Smith) lo avverte che deve tornare a Londra per assistere il padre malato e gli lascia in affidamento il gatto. Abituato a non lamentarsi e a lasciar correre gli eventi, l’ignaro Hank si ritrova così in mano non solo un animale domestico, ma anche una grandissima gatta da pelare.
In assenza di Russ, due esponenti della mafia russa che lo cercavano si ritrovano a prendersela con Hank e finiranno per coinvolgerlo in uno giro di droga, soldi, uccisioni e fraintendimenti. Quello che Caught Stealing però riesce a fare, pur (o forse proprio) prendendo spunto dalla commedia pulp tipica tarantiniana, è il fornire un notevole approfondimento psicologico del proprio protagonista fra cazzotti, momenti di tristezza e sangue. Mentre Hank cerca di tirarsi fuori il prima possibile da questa scomoda circostanza in cui lui non c’entra assolutamente nulla, noi in quanto spettatori abbiamo modo di entrare nel suo passato tramite flashback e di assistere a una sua crescita personale, in quello che è un vero e proprio racconto di formazione e di superamento del trauma (attraverso altri traumi).
Caught Stealing può ingannare mostrando l’aspetto di una commedia dove la violenza viene alleggerita dalle risate e dove gli eventi sono una scusa per gag e inseguimenti, ma in realtà la cupezza tipica di Aronofsky è sempre dietro l’angolo, espressa attraverso le critiche amare di Yvonne, l’atteggiamento arrendevole di Hank nei confronti della vita e soprattutto del futuro, e l’inopportuna tendenza a sdrammatizzare di Russ. Costretto per la prima volta a reagire di fronte a un’ingiustizia che lo vede coinvolto personalmente, Hank si ritroverà ad affrontare un percorso tutt’altro che terapeutico, ma sicuramente catartico, verso una maggiore consapevolezza di sé. Là dove la società moderna ha riscoperto la capacità curativa dell’autoanalisi tramite riflessione e dialogo, Aronofsky mette in pratica un superamento forzato del trauma tramite terapia d’urto e chiamata all’azione fisica, che meglio si addice all’epoca del film.
L’ambientazione anni ’90 inoltre riporta alla mente Requiem for a dream, di cui il film condivide non solo la colonna sonora e l’estetica post-punk, ma anche l’inevitabile smascheramento del sogno americano che preannuncia l’America di Bush figlio di inizio anni 2000. In una scena chiave del film, in cui Hank riflette sulle proprie speranze infrante di realizzarsi in quanto giocatore di baseball professionista, il nemico principale viene identificato nell’individualismo tipico dell’età contemporanea, che porta una persona a concentrarsi esclusivamente su sé stessa e sulle proprie potenzialità ormai sprecate e assopite, senza essere più in grado di guardarsi veramente intorno e, attraverso gli altri, riscoprire sé stessi. Chiuso nel suo guscio di autocommiserazione per non essere riuscito a realizzare il suo “se vuoi, puoi”, Hank verrà costretto a guardare alla vita con occhi diversi dopo aver scoperto cosa vuol dire davvero vivere una vita che si sogna.
Da grande fan de Il cigno nero e Mother!, ciò che mi è sempre piaciuto di più di Aronofsky (e che trovo riflesso anche in Caught Stealing) è la capacità di entrare così tanto nella psiche umana da far apparire la realtà soggettiva dell’individuo come uno stralunato incubo a occhi aperti, dove tutto ciò che temiamo possa ostacolarci nella nostra corsa verso la felicità ci appare proprio di fronte, costringendoci a realizzare che l’ostacolo sta, invece, proprio nel cosa consideriamo felicità: ambizione lavorativa, religiosa, sportiva o adolescenziale che sia, è sempre un qualcosa che ci porta a isolarci in noi stessi. Agli occhi del regista, siamo così tanto presi da noi stessi da dimenticarci che la realtà umana è intrinsecamente sociale, e che sono proprio i rapporti umani quelli che possono salvarci e che finiamo per negligere, alla ricerca della nostra egocentrica realizzazione personale.
Non lasciatevi quindi ingannare dal trailer né dal tono sdrammatizzante del film, perché la sua visione vi porterà inevitabilmente, oltre che un inaspettato velo di tristezza, a chiedervi se per caso anche voi non siate rinchiusi in un torpore esistenziale che vi ha condotto già ad arrendervi prima ancora di rendervi conto di come volete davvero passare questa vita – e, spoiler non spoiler (fidatevi, non è così semplice), il consiglio di Aronofsky a quest’ultima domanda indiretta è “con qualcuno che ami, e che ricambia”.
Un ringraziamento speciale a Eagle Pictures

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