
A sei anni dalla sua pubblicazione, molti fan sono ancora convinti che il primo Death Stranding sia stato un gioco profetico sulla decadenza sociale ed emotiva causata dalla pandemia di COVID-19 (nonostante le ripetute smentite di Hideo Kojima stesso nel documentario Connecting Worlds). Il game designer giapponese non vuole essere considerato un novello Nostradamus e mai avrebbe voluto prevedere un disastro di tali proporzioni, ciononostante Death Stranding 2: On The Beach, nella sua follia fuori dagli schemi, cela un messaggio che potrebbe essere ancor più spaventosamente attuale del predecessore. Dialoga con noi di intelligenza artificiale e automazione, nella società odierna – miope e post-capitalista – che erode sempre più il fattore umano in ogni campo. In che direzione sta correndo la razza umana? Le nuove tecnologie intelligenti che effetto hanno sui suoi creatori e utilizzatori?
Qui in questa sede desidero esporre i suddetti pensieri nella maniera più digeribile possibile, essendo questa nuova “profezia” la componente narrativa più di impatto di tutto il gioco. Il mio è un atto di sincera condivisione che, in nome di un confronto aperto e stimolante, non vuole ovviamente imporre le mie idee sull’ultima fatica firmata da Kojima, ma che punta invece a infittire i ragionamenti su un’opera delicatissima che non deve passare inosservata. Quello che state per leggere è un articolo senza spoiler: chi non ha giocato il titolo potrà dunque incuriosirsi e scoprirlo per poi tornare qui per un sano confronto di idee.
L’essere umano diventa superfluo

In Death Stranding 2 siamo sull’orlo di una trasformazione radicale del nostro mondo e questa volta non si parla di un processo di ricostruzione necessario dopo una catastrofe, bensì della possibilità che abbiamo noi come specie di sopravvivere alla prossima “fase” della storia evolutiva (se conoscete Neon Genesis Evangelion potete ben immaginare lo scenario). Nelle sue previsioni sulla società attuale, Kojima si dimostra quasi inquietante inventando APAS 4000 – l’Automated Porters Assistant System – un sistema di automazione delle consegne che ha sostituito del tutto i corrieri umani e che è perfettamente sovrapponibile al concetto di Artificial General Intelligence (AGI), sul quale i laboratori di OpenAI lavorano incessantemente per sviluppare un’intelligenza artificiale amichevole.
Ed è proprio da questa sfumatura amichevole che germoglia una delle domande cardine che il videogioco ci pone, ovvero cosa accadrebbe se l’IA non tentasse di eliminarci in maniera subdola, ma provasse a salvarci dall’estinzione rimuovendo ciò che ritiene superfluo ai fini della sopravvivenza stessa? Un calcolo informatico, non più un ragionamento fatto da uomini. Per dirla in maniera semplice e anche un po’ ironica, sarebbe come chiedere a ChatGPT: “Qual è il rimedio più rapido per il mal di testa?” per ricevere in cambio una risposta del tipo “Piantati una pallottola in testa con una pistola“. Una soluzione logica sulla carta, ma decisamente contro la natura umana.
L’espansione della rete chirale, missione chiave in entrambi i capitoli di Death Stranding e dal sapore decisamente imperialista, non porta con sé solo possibilità di comunicazione inedite ma garantisce l’accesso a infinte quantità di dati sensibili. Nel mondo reale, controllare e sfruttare queste preziose informazioni permette di allenare le reti neurali artificiali come la già citata ChatGPT, Gemini di Google o Meta di Facebook. Strumenti che operano attraverso Large Language Model (LLM), modelli linguistici in grado di ottenere la comprensione e la generazione di linguaggio di ambito generale, utili – in parole povere – a capire i nostri comportamenti ed eseguire le nostre istruzioni (esplicite o meno).
Tali miglioramenti nelle capacità deduttive delle IA sono possibili solo attraverso la continua e indiscriminata raccolta di dati, un processo accolto forzatamente da noi consumatori, ormai dipendenti da servizi come Amazon, Google, Instagram e così via; servizi che pervadono quasi ogni aspetto della quotidianità. L’automazione, è chiaro, è l’ossatura che regge queste piattaforme che senza battere ciglio conoscono e manipolano i nostri gusti, le nostre abitudini e – nei casi più gravi – le nostre ideologie politiche. Uno status quo restituito anche nell’America immaginata da Kojima, ormai un’azienda privata gestita da una corporazione il cui unico scopo è “esportare la democrazia” attraverso l’intelligenza artificiale.
In questo contesto, il caro e vecchio Higgs trova il suo senso come personaggio: lui è l’elemento umano più instabile di tutti e nell’equazione di APAS diviene la variabile necessaria per amministrare il futuro della razza umana. Gode di un’umanità pari a quella delle sue controparti “buone”. Certo, è un nichilista folle, ma ciò non gli impedisce di provare sentimenti veri ed emozioni che guidano il suo operato: vendetta, senso di colpa, dubbio e tristezza. Usa una chitarra elettrica come arma in quanto simbolo inequivocabile di una ribellione punk, come una rockstar carismatica a noi familiare che ci urla in faccia “Wake the fuck up, Samurai! We have a city to burn…“. Non si tratta dunque di un antagonista, bensì di una figura che incarna la reazione al suddetto status quo: non ha mai avuto alcun controllo sul mondo e accetta questa mancanza di paletti come tratto distintivo della sua persona.
Alla luce di ciò, quello che Hideo Kojima ha messo in piedi è uno scenario distopico classico: non sono delle macchine a prendere il potere per schiacciarci – come accade invece in Gurren Lagann – ma è un’intelligenza superiore a ridefinire il concetto stesso di “progresso”. Una ridefinizione che non tiene conto di noi umani o, peggio, ci forza a cooperare per realizzarla (il paragone con le macchinazioni di Gendō Ikari nei Rebuild di Evangelion è quasi immediato). Una prospettiva terribile che, ci crediate o meno, è stata espressa recentemente con altre parole dal miliardario Peter Thiel in un’intervista assai controversa per il New York Times. È terribile che una o più persone possano concepire l’idea che il suddetto progresso debba avvenire senza badare ai costi richiesti in termini umani. Una filosofia accelerazionista che si basa sul desiderio di distruggere i sistemi esistenti per catalizzare cambiamenti culturali e sociali rapidi.

Tutti i personaggi di Death Stranding 2 cercano modi radicali per aiutare a preservare la razza umana, tentando di trasformarla allo stesso tempo; ciò che li distingue sono i mezzi che sfruttano per giungere a tale obiettivo. Questa distinzione può essere divisa sommariamente in tre rami: Sam e la sua squadra costruiscono ponti, metaforici e non; Higgs è un estremista nichilista che crede ciecamente nell’anarchia e nell’estinzione; l’APAC – l’azienda che ha creato APAS – è mossa da calcoli più freddi e mirati.
Il modo in cui gli strumenti che ci uniscono vengono trasformati in armi che ci dividono, non è dissimile da ciò che accade nel presente: Peter Thiel e le Big Tech si comportano come le UCA e i “poteri forti” nei due Death Stranding, utilizzando il progresso con una logica prettamente utilitaristica e distaccata. A chi importa della razza umana quando puoi averne il controllo? Un god complex che porta i potenti a sentirsi dèi che giocano a scacchi; le pedine siamo noi. La strategia di gioco è semplice: indurre la paura del progresso tecnologico per imporre il proprio ordine sul mondo.
È dunque il rapporto che abbiamo con la tecnologia a definire il nostro modo di vivere. Il gioco lo lascia intendere molto bene attraverso un NPC splendidamente delineato, il Bokka. Ispirato da veri corrieri giapponesi che ancora oggi riforniscono le remote comunità alpine dell’arcipelago, è un ex impiegato della Bridges che ha perso il lavoro proprio a causa di APAS 4000. Ha scelto quindi di trasferirsi in Messico per portare avanti la sua filosofia di vita: nonostante sia ormai inutile effettuare consegne a mano, lui continua a viaggiare di rifugio in rifugio perché crede nel valore delle vere connessioni, quelle che ti consentono di entrare realmente in contatto con altri esseri umani e che vanno ben oltre i grigi interessi economici.
Ci saremmo dovuti connettere?
Questa tagline tanto enigmatica e simbolo della campagna marketing di Death Stranding 2 sin dal suo annuncio, è una domanda posta a noi giocatori, non solo ai protagonisti della storia. È una riflessione profondissima sulle nostre vite fuse al digitale; ripetiamolo: più ci connettiamo, più ci isoliamo. La minaccia rappresentata da questa connessione forzata e crescente è dietro l’angolo, oggi più che mai. Un pensiero che mi ha riportato alla mente un intervento di Trevor Noah sul concetto di “comunità“: la “verità” che viene spacciata all’interno dei paesi più sviluppati ci convince della bellezza delle connessioni, della possibilità di avere accesso a tutto in ogni momento; ciò che ci viene nascosto tuttavia è la consapevolezza che con il progresso di un dato paese, viene meno il senso di comunità.
Proprio da qui nasce l’idea per la meccanica alla base di entrambe le opere di Kojima. Il Social Strand System spinge i giocatori a costruire proprio quelle community tra di loro, “riparando” digitalmente quel senso di piccolo villaggio che si va inevitabilmente a perdere in una società avanzata e iperconnessa. L’atto effettivo di connessione nei due Death Stranding avviene tra me, ovunque mi trovi a giocare, e un’altra persona che sta facendo la stessa identica cosa da qualche parte nel mondo. Tutto ciò altro non è che una cooperazione silenziosa che non garantisce chissà quali ricompense effettive se non una manciata di like; ciononostante si è invogliati ad aiutarsi proprio perché si viene mossi dal senso di appartenenza a una collettività.
Come accaduto con la narrativa infarcita di pacifismo in tutta la saga di Metal Gear, gli eventi storici più tumultuosi degli ultimi anni hanno plasmato anche la serie di Death Stranding. Se già ventiquattro anni fa gli algoritmi predittivi delle IA influenzavano la scrittura di Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty, il concept del primo titolo si è sviluppato nel bel mezzo del clima politico estremamente teso del 2016, tra Brexit e la prima salita al potere di Donald Trump. Urgeva un antidoto che esortasse la gente a rimanere unita, un gioco che non era mai stato concepito, come ha sottolineato Kojima stesso in occasione del secondo World Strand Tour promozionale per Death Stranding 2, durante il Sydney Film Festival.
Il monito di Hideo Kojima

Condividendo i suoi ricordi, il game director ha confessato anche che l’isolamento che ha provato durante gli anni del COVID rispecchiava perfettamente il senso di solitudine diffuso nel mondo da lui immaginato per i due strand game. Questa solitudine ha poi lasciato spazio al “sovraccarico digitale” derivante dal dover rimanere cronicamente online durante la pandemia.
“A differenza dell’influenza spagnola, il COVID-19 è stata una catastrofe caratterizzata dalla presenza di Internet: potevamo ordinare online ciò di cui avevamo bisogno, potevamo continuare a lavorare su Zoom o addirittura assistere a concerti sulle piattaforme di streaming. In sostanza, la società si è mossa verso una digitalizzazione ancor più capillare. Ciò ha creato dipendenza, un’esistenza regolata dai già citati algoritmi, e non è affatto sano, men che meno se pensiamo poi a come veniamo costantemente sorvegliati dalle tecnologie più recenti che violano la nostra privacy”. È la somma di queste preoccupazioni ad aver convinto Kojima-san a riscrivere la sceneggiatura di Death Stranding 2 per renderla un racconto pieno di ammonimenti sul futuro prossimo.
Le persone, purtroppo, non si connettono più come un tempo, nonostante il mondo attuale sia estremamente più globalizzato. La cosa migliore che possiamo fare, dunque, è aiutarci a vicenda, incoraggiando e ispirando atti di altruismo per evitare le conseguenze terribili dell’attuale stagnazione emotiva e sociale. Invece di chiederci “Ci saremmo dovuti connettere?“, dovremmo innanzitutto capire perché desideriamo l’unione con il prossimo. La risposta a tale domanda è ciò che ci rende umani.
Siamo usciti un po’ più forti dai vari lockdown. Se il giocatore facesse tesoro delle connessioni vissute nei miei giochi, potrebbe sfruttare quelle stesse esperienze nella vita di tutti i giorni. Uscite fuori di casa, vivete con consapevolezza il mondo reale. Se giocate a Death Stranding, ripensate a ciò che avete provato giocando e trasportate quel sentimento nella quotidianità – Hideo Kojima


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